
Una volta il mio mondo girava a 33 giri, talvolta a 45. Poche per la verità. Una volta il mio mondo non era un suono pulito ma conservava sempre un fruscio in sottofondo. Un fruscio che lo rendeva così reale. Così dolce. Quel fruscio potevano essere onde del mare o pioggia su un tetto, quel fruscio non era un fastidio ma un compagno al quale ti abituavi e del quale non potevi fare più a meno. Potevi togliere tutta la polvere che volevi dal disco, potevi pulire quante volte volevi la testina. Nulla. Un fruscio costante. E poi i graffi, li ricordi i graffi? Quando ti arrabbiavi perché urtavi il braccio e segnavi quel disco, proprio quello che amavi così tanto. Ti segnava la canzone che segnava la tua vita, una cicatrice su una cicatrice. Quando decidevi di fermare il piatto con una mano, quando la musica la potevi accarezzare oltre che ascoltare, quando non avevi più di sei o sette canzoni per lato e il repeat te lo potevi scordare. Quando di un artista conoscevi poco il B-Side. Quando mettevi su un 33 dopo un 45 e ti dimenticavi di girare l'apposita manopola e le vocine che ne uscivano erano fonte di risate. Quando dimenticavi, quando lo facevi apposta. Quando non cercavi un posto che ricostruisse uno stadio ma la tua camera era la tua personale arena di un concerto personale. Quando per ascoltare una canzone portavi gli amici a casa tua e con le carta delle caramelle Rossana coprivi una lampada per avere una luce rossa. Quegli anni. Li ricordi? Come se fosse ieri. Qui, alle 4 di mattina fra note di vecchie canzoni che parlano di te, che parlano di lei, che parlano del tempo che si è perso con i tuoi vecchi LP. Tutti a prender polvere ora. Quando il disco lo potevi copiare solo su una cassetta che era troppo corta da 46 minuti e troppo lunga da 60. Quando gli spazi vuoti non sapevi mai come riempirli e andavi di fantasia, quando facevi duemila calcoli perché il silenzio durasse il meno possibile, quando ad una compilation aggiungevi qualcosa in più per 3 minuti e 12 secondi che avanzavano. 33 giri, quanto mi mancate. Quanto mi mancano alcuni pezzi della vita e quanto mi rendo conto che ciò che è stato è meglio che resti a prendere la polvere con i miei 33 perché ascoltarli ora sarebbe un gesto nostalgico che non saprei apprezzare come immagino. Se morissi domani sarei felice perché ho ascoltato quei 33 giri, sarei felice perché la vita quello che volevo me lo ha dato o quasi, mi ha dato abbastanza, credo. Sarei felice perché il mio spirito potrebbe volare libero oltre ogni barriera. Mi porterebbe lontano in un paradiso di vinile. E viaggerei per il mondo a 33 giri, talvolta a 45. Poche per la verità. Chiudi gli occhi mondo, sogna tu che puoi... sogna tu che non vivi queste notti insonni con me. 33 giri e 33 battiti, il cuore che mi si ferma in gola. Li ricordi? I miei sono qui che girano questa notte, girano con me insieme ad una lacrima che scende per un concerto che non sentirò più, per una chitarra in giro di Do che suona una musica che tutti conosciamo, per il sogno di luci su un palco che si spengono e tutti a casa con un'emozione nel cuore e una vita davanti con un 33 che ci aspetta, con la sua pelle nera incisa a oro, con il suo fruscio-sussurro che parla a noi, di noi, con noi, per noi di quello che noi meglio crediamo sia vero. Un 33 giri senza ghost track, senza segreti, onesto e sincero, senza pretese, senza ambizioni di una perfezione che non esiste più. Un 33 giri che non si presta mai perché è troppo delicato, un ricordo dal quale non ci si vuole separare perché costa troppo farlo. Ognuno personalizzato dai suoi graffi, dalle nostre cicatrici. "Mamma che fai? Non si spegne così!!! Mamma il braccio lo devi alzare!!! Mamma mi rovini il disco!!!"... Dormi mondo, dormi e fai i miei sogni, vorrei sognare con te ma è pericoloso, rischio di non svegliarmi più, sogna anche per me e fammi sognare a 33 giri, talvolta a 45. Poche per la verità.
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